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sabato 17 gennaio 2015

Reducetarianesimo: meno, ma meglio!


Facile, salutare, etico!



Son ormai un paio di anni che penso di diventare vegetariana.. ma resta solo un pensiero perchè non riuscirei a lungo andare a rinunciare ad alcuni classici piatti a base di carne. 
Da quando vivo da sola ho però drasticamente dimezzato l'acquisto di carne, la mangio un paio di volte a settimana. Ho, invece, iniziato a cucinare più spesso il pesce, cosa che mi vien molto comoda vivendo in una cittadina di mare. 

Oggi, vagando sul web, ho scoperto l'esistenza del reducetarianesimo!
Il nuovo termine, arrivato dal Regno Unito, è stato coniato da un giovane ricercatore della Columbia University, Brian Kateman ed è il nuovo modello alimentare che coinvolge chi tiene d'occhio il consumo e la qualità della carne che mangia. 
Come me un'intera comunità sostiene questo stile, una sorta di vegetarianesimo più leggero e più facile da sposare.

Già dal 2013, con uno studio dal titolo "Our Nutrient World", le Nazioni unite (UNEP, United Nations Environment Programme) avevano caldamente consigliato alle popolazioni del mondo ricco di diventare "demitarian", cioè di dimezzare la quantità di carne a beneficio dell'ambiente. 
Ma il reducetarian va oltre!
Non solo meno, ma meglio, come definisce il report del Food Ethics Council e del WWF "Valuing the meat we eat". Questo permette alle persone di prendere in considerazione molti altri aspetti della produzione di carne e di consumo, tra cui il benessere degli animali, la biodiversità, la redditività degli agricoltori, i rifiuti, i problemi di salute più ampi e il gusto. "Bisogna iniziare a pensare a un cambiamento culturale, guidato da un pensiero che dica 'mi piace il sapore, ma non ho bisogno di una quantità così enorme". Sarà l'inizio anche di un'alimentazione più sana e, continua l'Unep, "se non si agisce subito, l'aumento dell'inquinamento e il consumo pro capite di prodotti energetici e animali aumenterà le perdite di nutrienti, i livelli di inquinamento e il degrado del terreno, minacciando ulteriormente la qualità della nostra acqua, dell'aria e del suolo, influenzando il clima e la biodiversità". Nel report si elenca anche una serie di misure con le quali l'agricoltura potrebbe essere più rispettosa dell'ambiente: minor utilizzo di diserbanti, cattura delle emissioni di gas a effetto serra, produzione e riutilizzo dei rifiuti, come il letame, trattamento delle acque reflue con tecniche moderne.
La proposta dell'Unep, così come forse (se diventasse globale) il reducetarianesimo, porterebbero a molti effetti collaterali benefici: una dieta più sana, migliore qualità dell'aria, maggiore disponibilità di acqua, una razionalizzazione dell'uso dell'energia e della produzione di cibo, con un concreto impatto positivo sull'ambiente, sulla salute e sul benessere degli animali.

Sul blog reducetarian.com si legge che è una scelta alla portata di tutti facile, salutare ed etica. I consigli pratici di Kateman per chi si vuole avvicinare a questo stile di vita sono di iniziare subito a ridurre il consumo non solo di carne ma anche di pesce e prodotti caseari. Essenziale poi acquistare esclusivamente carne prodotta da allevamenti in cui gli animali sono nutriti al pascolo e ridurre le porzioni. 
Kateman è convinto che la strada sia semplice dato che non si tratta di una scelta drastica a differenza invece di chi diventa completamente vegetariano (dalle statistiche sembra infatti che l’84% delle persone nel giro di poco tempo torni sui propri passi ricominciando a mangiare carne e dunque fallendo nei propri buoni propositi). 

Cosa ne pensate di questa teoria? Sui social è stato creato l'hashtag #lessmeat, condividete il vostro pensiero e passate parola!









giovedì 5 giugno 2014

World Environment Day!


Oggi tutto il pianeta festeggia la Giornata Mondiale dell'Ambiente (WED). Un’occasione per fare il punto sulle grandi emergenze allo scopo di sensibilizzare quante più persone sui problemi ambientali e favorire l’attenzione e l’azione dei governi in merito ad essi. 
Dalla difesa delle isole che rischiano di essere sommerse per via del surriscaldamento globale al grido di allarme per la foresta amazzonica, su cui il WWF sta focalizzando le sue campagne. 

Sono i temi portanti della 42° edizione della Giornata Mondiale dell'Ambiente, proclamata nel 1972 dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite, quando prese forma il Programma Ambiente delle Nazioni Unite (UNEP), e celebrata ogni anno il 5 giugno. 

Lo slogan di quest'anno è "Raise Your Voice Not The Sea Level" ("Alza la tua voce non il livello del mare") e il Paese ospitante sono le isole Barbados, emblematiche del rischio corso dalle piccole isole di venire sommerse dal mare.                               
L'Onu ha infatti proclamato il 2014 come "Anno internazionela dei piccoli Stati insulari in via di sviluppo (SIDS - Small Island Developing States), con l'obiettivo di giungere con un buono slancio mediatico alla Terza Conferenza Internazionale del prossimo settembre, nella quale verrà riproposto con urgenza il tema dell'importanza dei SIDS e della protezione di queste isole in pericolo. L'aumento della temperatura globale sta provocando, infatti, lo scioglimento dei ghiacci eterni e il conseguente innalzamento del livello dei mari (da 10 a 25 cm negli ultimi 100 anni, secondo i dati dell'UNEP) che desta non poca preoccupazione per il destino di arcipelaghi come le Kiribati, le Tuvalu, le Cook, le Marshall e le Maldive. 
I piccoli Stati insulari del mondo, che complessivamente ospitano più di 63 milioni di persone, sono rinomati e apprezzati in tutto il mondo come destinazioni turistiche, luoghi di straordinaria bellezza naturale e vibrante cultura. Essi giocano un ruolo chiave nella protezione degli oceani e nella conservazione della biodiversità. Eppure, ad oggi, si trovano a dover affrontare numerose sfide: la lontananza geografica penalizza la loro capacità di essere parte della catena di fornitura globale, aumenta i costi di importazione – in particolare per l’energia – e limita la competitività nel settore turistico, oltre a farne le zone del pianeta più vulnerabili all’impatto dei cambiamenti climatici, dalle devastanti tempeste alla minaccia di innalzamento del livello del mare. 
I piccoli Stati insulari hanno contribuito poco al cambiamento climatico. La loro produzione annuale combinata di gas a effetto serra è meno dell’1% delle emissioni globali, eppure sono schierati in prima linea per un nuovo accordo giuridico universale sul clima. Sono leader nel settore della prevenzione alle catastrofi naturali e stanno lavorando per raggiungere la neutralità climatica attraverso l’utilizzo di energie rinnovabili. Tuttavia, nonostante l’impegno congiunto di governi e imprese, città e cittadini non sia mai stato così alto, lo sforzo globale per affrontare il cambiamento climatico non è ancora sufficiente (le concentrazioni di gas serra nell’atmosfera hanno raggiunto il massimo storico degli ultimi 800 mila anni). E’ tempo di dare un nuovo slancio all’impegno per contrastare il cambiamento climatico e giungere ad un nuovo concordato che vincoli ad un impegno diffuso per ridurre le emissioni di gas serra abbastanza rapidamente da contenere l’aumento della temperatura globale sotto i 2 gradi centigradi in questo secolo. Questa è la promessa che il mondo deve fare a se stesso e ai piccoli Stati insulari in via di sviluppo.
"Alza la voce, non il livello del mare. Il Pianeta Terra è la nostra isola condivisa.          Uniamo le nostre forze per proteggerla."
Ban Ki-moon, segretario generale delle Nazioni Unite.
LOOK DEEP...